Un tuono assordante. E poi niente. Come il silenzio brevissimo che precede l’emissione della nota del soprano.
In quegli istanti è come se il mondo si sospendesse ad un’incoglita: cosa succederà? La stessa domanda balenò nella mente di don Angelo in quel momento di silenzio sospeso tra il colpo e il vuoto. Il fracasso della muraglia esplosa fu terrificante, micidiale l’urto. Le pietre che saltavano dall’impatto col mortaio sembravano diecimila farfalle finalmente libere di volare via da una gabbia troppo angusta. Nell’esplosione tremenda, avevano una grazia paradossale, come di fuoco d’artificio. Un salice piangente per papa Pio.Il sorriso di Niche vittoriosa per l’esercito d’Italia.Don Angelo scostò il damascato rosso dalla finestra dello studio e guardò la colonna di polvere che si alzava dalla parte nord della città; infatti, la facciata del palazzo pontificio dove viveva dava proprio da quel lato. “Buon Gesù!”, pensò tra sé. “È la capitolazione! Santa Madre, fate che non ci fossero bambini a giocare. Fate che non ci fossero donne alle fontane. Gesù, Maria... Cosa sarà capitato? Mamma mia... Sembrerebbe il lato nord della cerchia muraria... Ad occhio... No.. Ma sì invece! Vorrei dire, dalle parti di porta Pia! Gesù pietà, miserere nostri...”.Non si sbagliava. Don Angelo era un giovane prete di Treviso; capelli fulvi e occhi intelligenti, venne mandato a Roma dal suo vescovo per lo studio della teologia; e alla amata Treviso non tornò più. Infatti, segnalato ad un importante prelato pontificio per arguzia ma soprattutto per affidabilità, fu assoldato da principio come impiegato d’ufficio nella curia romana. Ma “scalò” presto, e divenne collaboratore strettissimo del segretario del Santo Padre. Non era propriamente quel che si dice (e in quegli anni era uno slogan alla moda!) un “garibaldino”, don Angelo. Rispettoso dei superiori, e ossequioso alle mansioni assegnate, tuttavia conteneva a fatica un dissidio che si faceva sempre più lancinante nella sua anima semplice e candida. Questa spina non lo faceva dormire la notte. E non si trattava di pensieri “impuri” (“cosa ci sarà mai di impuro? –si ripeteva- se tutto salta fuori dalle mani del buon Dio?”). A togliergli il sonno era invece l’amata Chiesa per cui aveva versato la sua giovinezza.Da neanche dieci anni si era costituito il regno d’Italia. A prezzo di sangue e dolore, l’Italia era finalmente una da cima a fondo. Ma vuota del suo cuore. Roma. La valvola mitrale dello stato era occupata da un sovrano che aveva come scettro un pastorale su cui era effigiato il crocifisso. Per don Angelo si trattava di un’ offesa al vangelo. Un “controvangelo”. E quando si trovava al cospetto di Sua Santità papa Pio, giungeva a pensare che quello non poteva essere Pietro, il pescatore di Galilea. Non che il papa in sé fosse cattivo, o la sua elezione invalida; ma il governo, la modalità... No, non poteva essere che Pietro possedesse, che governasse. Che Pietro difendesse sue proprietà con lance e cannoni. Che l’unità dell’antica Italia fosse ostacolata dai discepoli di un tale che non aveva pietra dove posare il capo!Quel giorno, ai bordi di un caldo ottobre romano, le pietre della porta cosiddetta “Pia”, volarono via come farfalle. Il Crocifisso del pastorale pontificio tornava a non avere più pietra dove issarsi.Don Angelo guardò ancora la colonna di fumo, e si meravigliò a pensare che fosse quasi una nuvola d’incenso che saliva al cieloa |
