Metterai un braccio fuori dalle lenzuola per spegnere la sveglia sopra al comodino.
Nella stanza sarà chiaro. Abbastanza, come ogni mattina. In testa comincerai a chiederti che giorno è. L’agenda. I tuoi ragazzini difficili. Riunioni di verifica. Il serbatoio della macchina. Fare bancomat. Chiamare Anita. Hai pagato il canone? Sei etero o sei gay? Ma che sogno era?I sogni, a parte quelli dove ci sono i Pink Floyd e un sessantenne che ti assomiglia che non torna a casa da tua madre, si incollano al palato. Come le ostie alla domenica. Non sai cosa farci. Se masticare. Succhiare. Mordere. È pur sempre il corpo di Cristo: sono pur sempre parte della tua vita, santiddio. Eppure ti restano in bocca. In testa. Attaccati.Lei si sveglierà subito dopo. Confusa. come ti lascia dormire nel letto di un altro. Pochi sguardi. L’odore di te, addosso. Basterà. Capirà. Verrà a cercarti dall’altra parte del letto. Una carezza, quelle che ti piacciono, a mano aperta, sulla faccia. Un sorriso. Il primo, mentre provi ad alzarti dal letto, e invece lei si incolla, pancia contro schiena, fa forza sulle gambe. Ti blocca.E’ tardi, farai per dirle. E’ il diciassette marzo, ti risponderà con un sorriso. Il secondo. Preludio di uno starsene a letto tutta la mattina, che anche così si unisce l’Italia. Il Veneto per questa volta non viene tagliato fuori. Il Veneto che d’altronde lavora, ma di fantasia: le fabbriche all’estero, gli operai che s’impiegano solo a nero per non perdere la cassa integrazione, gli artigiani che chiudono. Io tornerò nel posto dove ci siamo incontrati la prima volta. Il diciassette marzo di un anno fa. Un mercoledì del cazzo. Qualsiasi. Continuerò ad aspettarti. Stremata, arresa e divisa come un’Italia che poi non si è fatta.Ecco qual’era il sogno di stanotte, penserai, prima di riaddormentarti tra le sue braccia. |
