Chissà dove l’aveva trovata quella. Probabilmente l’aveva sentita, ma non se lo ricordava. Detta da lui, con quella bocca che si muoveva in continuazione anche quando stava zitto, sembrava di sentire il poeta che recita la sua opera. Ignaro del fatto che potesse essere una citazione – una citazione quasi dotta - se ne riconosceva ormai come l’autore. E quasi ne richiedeva i diritti. “Chi che no ghe piase i pisacan co a panseta no l’è gnanca un omo”. Era il suo modo di dire qualcosa di importante. Di sé. “Dea nostra identità”. Leghista della prima ora. Ostile a tutta la politica che nella sua vita, fino ad allora, aveva conosciuto. La politica del partito unico, prima che arrivasse la lega. Una politica fatta di verità certe, di pericoli imminenti, di tragedie nazionali, di “metamea fabricabie sta tera”, di fazioni, di conteggi di tessere, di bustarelle. Perfino quelle, tristi e sobrie. Ma soprattutto di tanto grigio. Tanta noia. Oramai in paese lo sapevano tutti. Ogni volta che si votava, da anni ormai, nel seggio n. 1 qualcuno faceva trovare una fetta di soppressa – tagliata da una mano esperta, lama affilata di fresco, né troppo sottile, né troppo spessa – ben distesa dentro la scheda elettorale. E sulla carta della scheda una scritta violentemente scolpita dalla copiativa: “gavì magnà tuto, magneve anca questa”. Scheda nulla. Una volta l’avevano sentito litigare con la moglie: “te si falsa come a democrasiacristiana”. Altri dicevano solo “a democrasia”. Lui, portato alla conversazione infinita, spesso a voce molto alta, bisognoso di esagerare le cose per sentirle vere, quella politica non la amava. Fu una rivelazione quando trovò il suo alfabeto esistenziale, il suo morbin, in un partito. Nuovo. E fu Liga. E poi Lega. Un po’ prima della Lega erano arrivati i fighetti. A rinnovare il grigio e la noia de a democrasia. Un rinnovamento capace di una grande fedeltà ai vecchi ideali amorali. Solo che questi erano meno tristi. Meno annoiati. Spesso belli e allegri. “Tranquillo te a passo fabbricabile a tera, in poco tempo, non siamo mica come gli sfigati che c’erano prima”. Perfino parlare dialetto era una strategia di marketing elettorale. Ma per il resto l’italiano, pur incerto, era d’obbligo. Fu così che avendoli conosciuti – i fighetti – li riconobbe subito anche quando giunsero a fiorire nel suo partito. All’ultima riunione a cui andò: nou au, bes pratis, eficientamento, meneger del paese, indicatori di verifica, metodo CATI, polisi meicher… Ma la cosa che lo mandò in bestia fu la parola comandare: “per tenere il comando dovemo inondare el paese de comunicazione innovativa”. Pausa. Silenzio. E lui:“A me parì diventai tute merdemontainscagno? E al giovane pronunciatore dei nuovi concetti politici: “credito de essere fioeo de sete/oto americani”. Basta. Qualche tempo prima aveva letto un libro che probabilmente si era insinuato in lui. Forse predispodendolo ad un possibile cambiamento. L’arte di coltivare l’orto e se stessi, editore locale, pagine di carta grossa, di quelle da tagliare. Dopo quell’ultimo direttivo della lega, quel libro impastato alla sua vita, alla sua natura, deflagrò in una transizione. Un nuovo morbin. Maniacale come tutti gli amori nuovi. Sempre a voce abbastanza alta, pontificava la sua nuova fede. La sua vita si ritirò negli spazi aperti dei campi dove andava per erbe. Ne era divenuto un conoscitore sopraffino. Non essendo più giovane fu per lui incredibile apprendere quanto i campi, da soli, sappiano dare di varietà selvatiche di erbe - quanto tempo perso, senza sapere. Erbe buonissime da mangiare. E di come siano così legate al luogo. Dunque sconosciute solo dopo qualche chilometro. O con un altro nome solo tre paesi più in là. Aveva cominciato anche a scrivere un piccolo manualetto teorico pratico. Titolo provvisorio: Cercando radici. Il Piano regolatore comunale era in discussione. Per la prima volta si applicava la nuova legge regionale sul territorio. Urbanistica concertata. I nuovi comandanti erano bravi a comunicare. Avrebbero stravinto questa volta. Il paese era con loro. Si fece difensore pubblico di erbe selvatiche. Temeva che il cemento avrebbe ridotto la loro libera venuta al mondo. Ma fingeva. Non erano asfalto e cemento la sua più grande preoccupazione. Provò a parlarne con i nuovi colleghi di erbe. Quella strana comunità di gente che, col culo alto, piegati a novanta, si vede nei campi. Una vera e propria comunità di saperi. Di sapori comuni. Che sa stare piegata. Che conosce il piacere della solitudine. Che ha imparato a sentire, dalla consuetudine con quell’inedito ritiro en plein air, il bisogno qualcosa d’altro. Per ragioni non ancora ben distinte, quella comunità, si sentiva minacciata. Due mesi dopo, alle elezioni comunali, i giovani comandanti stravinsero. Gli scrutatori videro riprendere una antica consuetudine oramai andata persa. E pure poco conosciuta. Solo i vecchi, non i giovani scrutatori. Con una importante variante però. Al seggio n. 1 allo scrutinio dentro una scheda un sacchetto di nylon. Come una bustina monodose di shampo. E dentro al sacchetto, schiacciati, pisacan co a panseta. Una battaglia era ricominciata. “Gnanca omo, aea lota!”, c’era scritto sulla scheda. La neonata comunità delle erbe aveva lanciato il suo manifesto politico.
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