Non passa giorno senza che la cronaca ci racconti di aziende che tagliano i costi riducendo - se non addirittura tagliando totalmente - la propria forza lavoro. Fiat e Glaxo sono solo gli ultimi, eclatanti, casi di una prassi che ha preso piede da tempo, e che la crisi economica non ha inaugurato, ma solamente amplificato. I licenziamenti massicci sono spesso accompagnati dal trasferimento delle attività produttive di queste aziende verso lidi più orientali, dove il costo del lavoro è molto più basso. Un operaio che costa meno per una azienda significa mantenere competitività e margini di guadagno in un mercato globalizzato e ultra concorrenziale. La politica a ragione chiede maggiore responsabilità a queste imprese, che con licenziamenti di massa creano emergenze sociali di vasta portata. Questo è dunque il punto: ogni azione di carattere economico è un'azione di carattere sociale, perché ha riflessi su altri individui, e pertanto non dovrebbe prescindere da considerazioni di natura etica. Paradossalmente, si può affermare che se la Fiat licenzia l’operaio italiano per assumerne uno brasiliano, il saldo dei disoccupati è sempre lo stesso. Qualcuno se la sentirebbe di affermare che un lavoratore brasiliano merita di restare disoccupato più di uno italiano? Occorre forse guardare, quando si analizzano le scelte di una impresa di delocalizzare, più in là del mero tornaconto dell’azienda o del produttore. Occorre guardare a ciò che alla fin fine guida le scelte di una azienda: ovvero il comportamento del consumatore. Da anni gli sforzi del consumatore sono volti alla ricerca del “low cost”. Fra due prodotti del medesimo genere, si compra quello che costa meno. Fra due tariffe di servizi della medesima natura, si sceglie quella più economica. Fra due offerte per appalti pubblici o privati, si sceglie la più conveniente. La politica dei governi ha sempre spalleggiato questo atteggiamento, sia legislativamente con norme a favore della concorrenza, sia culturalmente inneggiando ai principi capitalistici dell’aumento della produttività e dell’abbattimento dei costi di produzione: in nome della riduzione del costo del prodotto finito, cosa estremamente gradita al consumatore finale. Alla lunga, con la ricerca del basso costo sono però andati perduti sia la qualità dei beni prodotti, che molti posti di lavoro che li producevano. Favorire chi offre il prezzo più basso è un atteggiamento giusto in generale, fuorviante in un mercato globale senza regole globali. L’invasione nei nostri mercati di merci proveniente da lidi orientali, o comunque di beni a basso costo senza valore aggiunto in termini qualitativi, ha avvantaggiato solo nel breve il consumatore, dandogli l’illusione di poter disporre di beni senza spendere molto; nel lungo, lo ha reso un cassintegrato, perché se tutti vogliono comprare a basso costo, anche la fabbrica dove lui lavora deve ridurre i costi, licenziando, de-localizzando. Nell’attesa che la politica provveda a disporre regole globali nel mercato globale, il consumatore dovrebbe pensare di più a quello che fa quando compra: non sempre spendere poco significa fare un buon affare. Quando si compra, si ha il potere enorme di decidere a chi vanno i propri soldi. Consumare è una attività economica, e quindi sociale: si può fare con responsabilità etica, oppure badando esclusivamente al proprio – presunto - tornaconto.
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