A fine mese ci toccherà andare a votare di nuovo, questa volta per decidere a chi dare le chiavi del Veneto. Per la prima volta da quando voto c'è una novità: il Presidente uscente non si ricandida. Almeno ci verrà evitata la penosa immagine del sovrano che, ogni cinque anni, si affacciava per cinque minuti dal balcone di Palazzo Balbi a ricevere l'abbraccio della folla che, acclamante, lo invitava a rientrare e a continuare il duro lavoro. Per il resto, niente di nuovo sotto il sole. Osservo questa campagna elettorale dall'interno (con una tessera di partito in tasca) ma senza riuscire ad affezionarmi e a farmi coinvolgere in una competizione che non riesco a vedere tra gli schieramenti, ma negli schieramenti; qualcuno pensa di non poter perdere e qualcuno pensa di non poter vincere. Tutti si attrezzano di conseguenza, pronti per il dopo. Ma cosa ci sarà dopo? Dopo ci sarà il prima con una faccia diversa, forse due. Quindi adesso via libera a faide, vendette, regolamenti di conti per sovvertire i rapporti di potere interni agli schieramenti in favore di questo o quel partito (se di partiti si può parlare, perchè non è sempre così) o anche interni allo stesso partito in favore di questa o quella componente (corrente, dai, si può dire!). Se questo delle elezioni fosse un gioco che alcuni fanno perché non hanno altro modo di impiegare i propri soldi e il proprio tempo, non ci sarebbe nulla da ridire; qualcuno sostiene che è proprio così, che le risorse impiegate sono private, che chi si candida fa un investimento su se stesso e quindi ciascuno è libero di fare ciò che vuole. Anche se fosse del tutto vero (non lo è), sarebbe sbagliato: stiamo parlando di qualcosa che non è privato e non deve diventarlo, anche se il rischio c'è. Più che la (devastante) privatizzazione dell'acqua, sto iniziando a temere la privatizzazione della politica: una profonda autoreferenzialità, organizzata da qualche battaglione di combattenti e reduci della Prima Repubblica e da qualche gruppo di quarantenni guerriglieri in camicia verde o rossa. I primi sfruttano le campagne elettorali per trasfondere un po' di sangue giovane, sano, ambizioso nei loro corpi sempre sulla soglia del sepolcro; i secondi per accalappiare un po' di popolino col megafono, il pugno e qualche bestemmia sottovoce, sennò el prete nol me vota. Poi, nel concreto, accade che i sindaci federalisti piangano sul bilancio redatto, lamentando la mancanza di fondi grazie ai tagli che loro stessi hanno votato in Parlamento, e accade che gli ecologisti anti-nucleare chiedano in prestito agli amici la bicicletta (“la mia l'ho bucata quattro anni fa, è dal meccanico”) per distribuire ecologicamente centinaia di migliaia di volantini, cartoline e santini rigorosamente in carta patinata pesante (chè certe facce sulla riciclata vengono ancora peggio). Portiamo pazienza ancora una volta, ma che sia l'ultima; che questa volta il dopo sia veramente dopo. Non importa se votate di qua o di là: di gente giovane, onesta e con voglia di farsi il culo c'è un bisogno bi-partisan. Se vi sentite così, tiriamo una linea tutti insieme e diamoci da fare: dopo le Regionali ci iscriviamo a un partito, ci lavoriamo dentro, e forse nel 2015 lo scenario sarà diverso.
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