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La paura porta voti ai partiti, fa vendere i giornali, fa volare i fatturati delle aziende.
Ha fatto vendere milioni di orrendi SUV inquinanti negli Stati Uniti: venivano pubblicizzati come fortezze indistruttibili con cui scorrazzare allegramente anche nei sobborghi in mano alle gang sanguinarie. Qui da noi non passa mese senza la solita telefonata che propone abbonamenti improbabili a pseudo-riviste collegate (ma neanche tanto, sembra) alle forze dell'ordine: spendiamoli questi 100 euro, non si sa mai...
La paura in politica può determinare il risultato. Bush junior ha puntato tutto sulla minaccia del terrorismo islamico. Gli esempi in casa nostra non mancano: dalla paura dell'invasore musulmano a quella per le merci cinesi, senza scordare la paura dei comunisti, dei giudici, degli ogm, degli stupratori, degli scippi... Molti argomenti sono smontabili con pochi numeri. Eppure il martellamento mediatico è diventato incessante, sembriamo incapaci di uscire da questa morsa.
Zygmunt Bauman, il famoso sociologo, l'ha scritto con chiarezza: la paura non può cessare perché, assieme al desiderio, alimenta la nostra economia. Va continuamente rinnovata, non importa se il nemico sarà sconfitto, altri nemici sono pronti a generare altra paura e altri desideri, e noi saremo pronti a consumare e ad alimentare l'economia, in un vortice completamente privo di senso.
Il problema forse sta proprio là, nel recupero del senso. Bisogna ripartire dall'analisi logica delle frasi. Come Carlo Petrini spiega in “Terra Madre”, dobbiamo interrogarci anche su questioni che sembrano scontate, acquisite. E invece non lo sono. Dobbiamo capire perché l'uomo moderno non mangia più il cibo, ma ne è, da questo, mangiato. Non è più soggetto attivo, perfino in un'attività primordiale come quella della nutrizione. Dobbiamo ripartire, nel 2010, da affermazioni come “l'uomo mangia il cibo”.
E dobbiamo ripartire, nel 2010, dall'affermazione “noi, donne e uomini, facciamo la politica”. Siamo noi a determinare le scelte, i cambiamenti, gli indirizzi con il voto e la partecipazione più o meno attiva. La politica, come il cibo, tende a cannibalizzarci, a renderci fruitori passivi e inconsapevoli. Ripartiamo anche qua dall'analisi logica.
Ripartiamo dal “noi”, dal soggetto. E intanto diamo fiducia a chi a certe logiche si ribella, a chi non alimenta la paura del diverso e a chi non mangia il McItaly.
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