Arriva sempre puntuale - e forse un tanto ossessionato - il richiamo da parte del magistero sulla perdita del riferimento a Dio da parte dell’ Occidente. La secolarizzazione, drago onnidivorante, avanza con la forza di un’onda anomala e porterebbe via con sé famiglia, valori, morale e fede, appunto. Veramente già Nietzsche, al contrario di alcuni suoi “nipotini” (e di molta vulgata), diceva che non c’è niente da ridere all’annuncio del folle, ovvero che “Dio è morto” (in effetti, quale alternativa?). Pertanto è un problema che gli occidentali non abbiano tanta fede in Dio, affermava l’insospettabile non credente Gilles Deleuze. Ma la cosa più impressionante, continuava, è che noi non crediamo più in questo mondo. In effetti, continuiamo noi, Dio ha forze sufficienti per resistere alla nostra incredulità; a questo proposito sono fastidiose quelle forme di preghiera così sparsa nel cattolicesimo odierno, che “consola” Dio per la mancanza di fede dei suoi figli. Talmente irritante, perché dopo le giaculatorie in chiesa e lo scandalo predicato dai pulpiti, sulla perdita della fede dei nostri vecchi, usciti di chiesa non ci fidiamo del Comune. L’esperienza drammatica del nostro tempo, non è la secolarizzazione intesa come l’avanzare di libertà di pensiero (quello onesto e alto) o la sottrazione della vita politica e legislativa dai radar ecclesiastici: se si tratta di una laicità di alto profilo, beh, bisogna solo esserne grati. È ben altra la falla della postmodernità: non abbiamo più “fede” nel mondo. Negli uomini. Nelle istituzioni. Nella politica. Diventa oggi sempre più difficile (se per caso una volta fosse stato facile..), l’esperienza dell’ “affidarsi a”, del “credere in”. Siamo appena usciti da un secolo di grandi ideologie, sanguinose e purtroppo, come sappiamo, cineree. Ma dopo il fallimento di queste grandi “fedi intramondane”, si è verificata una chiusura del tempo e un precipitare nella quotidianità. Alla fede nel partito, nell’eroe, nell’utopia dentro la storia (quindi non ultraterrena), si è sostituita un altro modo di intendere la libertà. Qui sta il quadro della perdita di senso: non siamo più capaci di “grandi narrazioni”. La fede accreditata al partito era una vera e propria religione, che chiedeva immaginazione, pensiero, sacrifici e fiducia appunto. Ma la fiducia, di per sé si dispiega in tempi lunghi, e al contrario di ciò che si pensa, domanda una profonda razionalità. La ragione è sorella della fiducia. Nascono tenendosi per mano. Dopo le guerre si è riformulata l’idea di libertà: essere liberi significa essere sciolti da tutto e da tutti. E’ perdere il controllo di sé, non decidere. Il criterio per decidere semmai è il sentire: oggi prevale un’istanza affettiva della libertà, e quindi della verità. È vero ciò che sento. Non ciò in cui credo. Il mondo sociale si è accorto di tale cambiamento, e non ci ha pensato due volte. Lo spirito del capitalismo tecnocratico contemporaneo è il modo in cui il sistema si è organizzato per rispondere all’istanza affettiva degli uomini. In tale spirito, non conta “credere”, ma consumare. Sentire, provare, bruciare e bruciarsi. Per attraversare il mondo pertanto, non è più necessario pensare (ci stai ancora pensando..?!) e credere, ma sentire solamente. In una tale ideologia allora, i legami sono superflui, ma quindi anche la fiducia, la fede nell’altro. Qual è l’esito? Che la coscienza vive separata dal mondo, non è più necessario un luogo per il pensiero. L’io sparisce nel consumo continuo di cose e sensazioni alla ricerca di una continua saturazione. La crisi che stiamo attraversando è l’esito di questo sistema che non regge più i suoi debiti a forza di consumare. Cosa fare? Io credo, paradossalmente, che bisogna riproporre ai nostri contemporanei l’dea che la costruzione istituzionale dello “spazio sacro dell’infinito” è un diritto di tutti. Cioè la consapevolezza che l’uomo ha bisogno di luoghi protetti in cui la domanda di senso può essere formulata indipendentemente dal sistema. Tale domanda di senso però ha bisogno di strutture. Ecco, se la chiesa accettasse l’idea che non può pretendere di monopolizzare la sfera pubblica, ma alimentare la discussione per la sfera pubblica, forse darebbe ossigeno ad un umano consumato e disilluso.
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