Lettera apparsa sul mattino di Padova in riferimento al noto caso della "moschea" di Grantorto (Alta Padovana).
La vicenda della (futura ed incerta) costruzione di un centro culturale anche a fini di culto (subito ribattezzata moschea) a Grantorto suggerisce alcune riflessioni sulla ragione di tanta ostilità. Un’ostilità che ha spinto il sindaco Acqua a minacciare gesti estremi, nella convinzione, probabilmente fondata, che ciò gli possa portare un incremento del consenso in vista delle prossime elezioni comunali.Non credo si tratti di uno scontro di civiltà o, comunque di un consapevole e lucido rifiuto del “diverso”, quanto piuttosto di un atteggiamento di ostilità determinato dalla paura e dall’insicurezza, sentimenti sapientemente alimentati in prossimità delle scadenze elettorali e sui quali la Lega in questi anni ha costruito i suoi successi.Paura ed insicurezza che hanno inevitabilmente come obiettivo i cittadini extracomunitari, meglio se musulmani o rumeni, additati come la causa di tutti i mali. Così la voglia di legalità e di rispetto delle regole finisce per avere solo loro come bersaglio: al bando centri culturali islamici o moschee, via i lavavetri dalle strade, via le prostitute, via i venditori ambulanti ed avanti prima con le ronde e adesso con i controlli sistematici (che poi così sistematici non sono).Ma da dove viene la paura? Credo di non sbagliare affermando che nascono dall’assenza di controllo e di “possesso” da parte dei cittadini (di ogni cittadino) del territorio in cui vivono; dal non ritrovarsi più in luoghi in cui non ci riconosciamo, che non appartengono alla nostra storia, alla nostra cultura e che pure fino a pochi anni or sono erano i “nostri” paesi e le nostre città.L’incatenarsi contro la moschea esprime proprio questa sensazione e questo bisogno: il bisogno di riappropriarsi di luoghi che sembrano non appartenerci più. Ma vietare la moschea, ovviamente, non basta per farci sentire ancora a casa nostra, per ridarci quel controllo sociale sul territorio che costituisce la base per sentirsi tranquilli e sicuri.Il fatto è che quel controllo sociale e la stessa possibilità di continuare a riconoscersi in luoghi dove siamo nati e vissuti si sono perduti quando i comuni (alcuni anche e soprattutto nell’alta padovana) hanno abbandonato il controllo e la guida dello sviluppo urbanistico delle nostre zone; quando hanno lasciato che a decidere se e come un territorio dovesse svilupparsi fosse l’immobiliarista di turno il quale, nel migliore dei casi offriva in cambio, la pista ciclabile o una nuova scuola, nel peggiore una tangente.Quando per decidere se realizzare o meno una zona industriale si è ascoltata (solo) la voce dell’imprenditore che urlava “paroni a casa nostra”.Così abbiamo visto nascere complessi residenziali in zone impensabili (consiglio a tutti un giro in macchina nell’alta padovana, è un’esperienza che “segna”), con fette di territorio devastate, zone industriali raggiunte da viottoli di campagna con capannoni che rimarranno scheletri vuoti per anni. Abbiamo visto nascere ghetti nel silenzio ed in nome del solo interesse dei proprietari a ricavare dagli affitti il maggior profitto possibile.E così adesso abbiamo paura ad uscire di casa. Siamo diventati stranieri a casa nostra, ma non per colpa degli stranieri. |