Il vangelo che per natura nasce sciolto da politiche, caste, burocrazie e associazioni di governo, perché libero come il vento di spirare dove vuole, diventa la carta identitaria di un partito. Ed entra nei palazzi di Cesare. Certo però, a distanza di anni occorre uno sguardo equilibrato su quell’esperienza; personalmente mi danno fastidio le letture ideologiche, da qualsiasi parte provengano. L’ideologia infatti è sempre riduttiva: riduce la complessità ad un semplice, buono solo per circuire e appiattisce la gamma delle sfumature ad un colore solo. E nella storia, i colori unici hanno sempre fatto male. Pertanto non si possono negare alcuni frutti positivi di quella stagione di governo: se non fosse stato per la DC, metti caso, non avremmo la rete autostradale che ci permette di solcare la nostra bella Italia nelle ferie d’Agosto. Quella scelta fu combattuta dal PCI di allora, perché borghese e antioperaia. Poi, nella costiera amalfitana, come ci andavamo..? Il frutto come si sa è diventato presto marcio. Ma ciò che ha contribuito a generare di più problematico, è stata la religione civile, come recentemente ha ricordato Enzo Bianchi. Quel “pastone” di politica e religione per cui l’una influenza i campi dell’altra, un Avatar (bisogna dire così oggi per essere “avanti”!) ibrido di due mondi diversi. Cesare e Pietro si stringono sottobraccio e collaborano per gestire la cosa pubblica. Cosa ci faceva all’apertura dell’anno giudiziario, un coriandolo rosso tra la testa del capo dello stato e quella del presidente della camera? Perché una berretta cardinalizia all’apertura dell’attività delle toghe? Invito di cortesia? O retaggio di un vecchio stile? Tutto questo, per le prodigiose simmetrie di cui sopra, si proietta nel piccolo: all’ingresso di parroci nelle parrocchie si vedono “foto di famiglia” con preti, vescovi, comandanti dei carabinieri e sindaci tutti in bella posa. Questo è il caso più pittoresco se si vuole, e qualcuno obietterà che si tratta solo di formalità: l’importante è la sostanza! Vero. Però, come ricorda spesso il nostro Sebastiano, l’uomo non si nutre solo di pane, ma anche di “narrazioni”, di “simboli”. I simboli, le narrazioni, servono a strutturare l’ immaginario simbolico dei singoli e delle comunità. Come dire: quelle foto, innocue senz’altro per carità (“bisogna farghe festa, cossa vuto, cavarghe anca quea!!), alludono ad una certa visione del mondo e della chiesa, che il più delle volte si ferma al folclore e al calore di un giorno. Terminati gli applausi il nuovo parroco verrà passato al crogiuolo della sua comunità (speriamo resista..). Ma in altri casi può succedere che certe bozze di programmi politici passino anche dalle canoniche per essere riviste; o che talune formazioni cerchino il benestare o l’appoggio delle parrocchie, con la contropartita di presentarsi secondo una governance cattolica: difesa delle radici cristiane, riconferma dei valori “condivisi” tra comunità civile e chiesa.. Ecco, di questo cattolicesimo forse dovremmo essere un po’ critici. La chiesa non ha bisogno degli “aiutini” per compiere il suo compito. E il civile non deve baciare la sacra pantofola per avere il voto dei cattolici. Basta. Finiamola. Per dare buon esempio alle giovani generazioni. Per restituire dignità allo stato. Perché il cristianesimo torni ad essere ciò che deve essere: non pasta. Un pugno di lievito soltanto, gettato dentro alla pasta perché possa fermentare. |
