“Ma lei, caro mio, cosa crede di essere venuto a fare?”
L'unica risposta che gli veniva alle labbra era anche quella sicuramente sbagliata. La situazione si trascinava già da un po'. Non si erano mai presi, il giovane insegnante e il vecchio preside; una distanza intellettuale degna dei racconti di Asimov. E si che non gli pareva di fare nulla di strano, in realtà. Entrava in classe, faceva l'appello, spiegava, interrogava. Aveva imparato il mestiere quand'era alunno, più che negli anni di SSIS o durante le supplenze randagie degli esordi. La prima volta che era entrato in classe era stato tentato di ripetere le gesta del professor Keating, ma l'aula sorda e grigia che si era trovato davanti aveva raffreddato rapidamente i suoi ardori. Aveva impostato il suo lavoro come un minatore del Klondike, invece: con pazienza e fatica. Fino al miracolo, al ritrovamento della vena d'oro. Era nato tutto da una domanda. “Senti un po', Caliguri... Ma secondo te... perché Colombo scopre l'America?”. Aveva avuto di ritorno una risposta quasi offesa: “Come perché? Che razza di domanda è? Senta... Mi chieda pure quando è partito da Portos, come si chiamava il cuoco della Santa Nina... ma che vuole che ne sappia io di perché un genoano del cazzo ha attraversato un oceano solo per scoprire di aver sbagliato strada!”. Questa epifania aveva aperto la strada ad un gioco che li aveva coinvolti pian piano in discussioni infinite, nel tentativo di capire i motivi che avevano spinto Cesare a passare il Rubicone, o ad immaginare la paura dei fanti tedeschi sul fronte della Somme. Durante i colloqui con i genitori cercava di spiegare che era inutile imparare cosa, se non si riusciva a capire perché. Ma niente. Quelli erano preoccupati dal fatto che i loro pargoli non sapevano rispondere alle domande di Gerry Scotti. In capo a qualche mese si erano riuniti ed organizzati, erano andati a parlare col preside. Che l'aveva chiamato per un rimbrotto bonario trasformatosi ben presto in un crescendo rossiniano. Concluso da quella domanda insulsa. Il ragazzo che insegnava ci aveva pensato su qualche secondo e poi se n'era uscito con un “vorrei essere solo un bravo maestro”. Una risposta semplice. Magari non d'effetto. Ma onesta. Una risposta che aveva suscitato un inaspettato scalpore. “Maestro? Che vuol dire maestro?” - aveva ringhiato il preside - “Ma lei lo sa, caro, mio che non ci sono più maestri? Noi abbiamo bisogno di esperti, non di maestri!” La replica gli era apparsa in mente nitida e colorata. Come un disegno di Stan Lee. “Eh già. E abbiamo bisogno di puttane. Mica di amanti!”. |
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