Come quasi tutte le mattine da buon settantenne attento e rigoroso, stava passeggiando a passo non blando. Era una delle prescrizioni del suo medico neurocognitivo. Azioni di prevenzione alla degenerazione cognitiva. Al corso obbligatorio per gli over sessanta gli avevano fatto il programma delle sue attività personalizzate: solo chi documentava lo svolgimento delle attività era ammesso gratuitamente alle cure sanitarie in caso di bisogno. Il nuovo welfare sanitario europeo. Nel campo dei Programmi di Stimolazione Cognitiva (PSC), le associazioni del quarto settore (come era chiamato il settore che si occupava principalmente di attività di prevenzione) erano un pilastro fondamentale. Ricevevano cospicui finanziamenti pubblici per l’organizzazione e la gestione delle attività, secondo rigorosi protocolli del ministero della salute. Le vecchie Università della terza età nate cinquanta anni fa, negli anni ’90, per occupare il tempo vuoto dei pensionati e offrire scuola e cultura ad una generazione che forse non l’aveva potuta avere, si erano trasformate radicalmente. Una volta infatti la partecipazione era volontaria te se co gero zovane mi la vaca me ga magnà i libri, in staea al filò. Ora l’endemica e rapidissima diffusione delle malattie neurologiche senili di demenza degenerativa aveva trasformato molte cose. Era oramai dimostrato scientificamente che insieme ai farmaci, i diversi training cognitivi, rappresentavano l’intervento migliore per rallentare i peggiori esiti di una condizione che colpiva oramai più del sessanta per cento della popolazione sopra i sessantacinque anni. Come negli anni ‘60 e ‘70 del novecento le campagne di vaccinazione avevano combattuto le malattie infettive dei piccoli, ora i training cognitivi obbligatori combattevano il giungere delle demenze dei vecchi. Erano lontani ormai i tempi in cui il sistema sanitario nazionale era quasi esclusivamente centrato sugli interventi di cura e guarigione. Soprattutto dopo la grave crisi degli anni ’20 era emersa una strutturale insufficienza delle risorse pubbliche e buona parte degli interventi pubblici finanziati erano quelli di prevenzione. Per molte nuove malattie le cure erano costosissime o ancora oggetto di ricerca spinta. E dunque ne andava ridotta l’incidenza e la durata facendole insorgere il più tardi possibile. Il governo aveva appena pubblicato i dati: in cinque anni queste nuove strategie avevano fatto risparmiare un punto del PIL. Massimiliano come presidente e direttore della Anni Futuri coordinava tutte le attività accademiche dell’UPC, conosceva bene la materia. Ma le conosceva anche direttamente, come utente destinatario. Anche lui aveva nella sua scheda sanitaria registrata la frequenza ai programmi cognitivi, comportamentali-motori ed emotivo-motivazionali. E, come a tutti, anche lui aveva appreso competenze dal sapore triste: quelle relative all’autodiagnosi. Come greci antichi che sapevano la potenza della tragedia e del suo racconto, sapevano riconoscere i segni d’esordio e progressivi delle diverse malattie degenerative. Utili all’attivazione delle attività più adeguate per rallentarle un po’. I giovani ricercatori di sociologia discutevano da tempo il destino di questa strana generazione: i nati nel post miracolo economico degli anni ’60 anni che avevano preteso ed imparato ad essere persone, soggetti che cercavano la realizzazione di sé e che avevano fatto diventare tutto ciò il mainstream di un’intera epoca. I diritti individuali, la differenza della condizione femminile, la liberazione sessuale praticata, i diritti dei soggetti appartenenti a minoranze. A quella generazione per prima era toccato in sorte, da vecchia, di coabitare con la condizione diffusa della progressiva perdita di sé, il non essere più padroni di se stessi, perdere memoria, desideri, conoscenze, qualità personali. Perdere tutto quello che avevano saputo essere. Dimenticarsi, cancellare, non decifrare e riconoscere affetti, amori, figli, mogli, amanti, mariti, amici. Qualcuno al corso di dialetto imparò una vecchia espressione me par de essere uno che ghe manca l’ultimo boio. Massimiliano pensava a tutto questo quella mattina nella sua lunga, consueta camminata obbligatoria. Infastidito nel non riuscire ricordare quella parola. Ne aveva la precisa sensazione ma non riusciva a tirarla fuori. Poi nel pomeriggio davanti ai suoi soci, mentre pronunciava il discorso sul programma annuale delle attività di Anni Futuri, lesse quel punto in cui spiegava la recente ordinanza dell’Agenzia Sanitaria Territoriale che vietava alle sagre di paese le carni grasse e tutti gli alimenti con indici di rischio altro. Alla parola ordinanza ebbe una inaspettata reazione emotiva, come un misto di memoria dolente e spossatezza. Interruppe il suo discorso quasi scosso. Pochi secondi. Tutti i presenti conoscevamo i tempi di reazione e di recupero di questi eventi. Potenza dei training. A Massimiliano scese una lacrima, un prurito quasi fastidioso tra i ricami delle sue rughe. Erano anche per lui i primi sintomi della fase due. Ecco la parola che aveva cercato inutilmente tutta la mattina nella sua mente: ordinanza. Alla fine della cerimonia Mohamed, il giovane e bravo neuropsicologo cognitivo che l'Agenzia Sanitaria Territoriale aveva affidato all’associazione avvicinò Massimiliano. Entrambi sapevano bene che quegli eventi devono al più presto essere rielaborati per tenere allenate le tracce neuronali. Dai dimmi le tue risonanze cognitive di quello che è successo disse il dottor Mohamed. Assa stare Mohamed, ze difisie spiegarte, no te geri ancora nato ti rispose Massimiliano con un dialetto lontano. Poi, mesto Meglio che vada a fare altre due ore di camminata, te se come che a ze, chi che no ga testa, ga gambe. |
