Si sa che il comandamento centrale del cristianesimo è l’amore. La formula tramandata è “ama il prossimo tuo come te stesso”.
Chi ha fatto catechismo da piccolo ce l’ha scolpita nella memoria, chi non l’ha fatto ne subisce sicuramente un minimo di suggestione. Già molti teologi e scrittori si sono soffermati sul soppesarne dettagliatamente tutte le implicazioni per l’etica personale, mettendo la giusta attenzione anche sulla parte che comanda l’amore per se stessi. Perché riproporre questo comandamento ora, così, sulle righe di Stilelibero? Perché pare essercene un gran bisogno, a partire da me stesso. Pare poter davvero costituire di nuovo il fondamento di una nuova (antica) morale. Se non amo me stesso, nel senso profondo di ciò che significa questo amore, non riuscirò mai a essere morale. Perché se la mia morale non è ispirata da un criterio di esperienza, la quale mi ha fatto certo che solo con l’amore io posso sanare difetti, vizi, mancanze, azioni dolose, sentimenti distruttivi e consumatori, io non riuscirò mai a informare il mio agire dello spirito della libertà e della tolleranza. L’amore viene prima della conoscenza. E’ evidente che io faticherò ad amare quello che non conosco ma se non c’è una base in me, per così dire già una propensione, non muoverò mai un passo nella direzione della conoscenza, perché impegnarsi nella conoscenza (di un sapere, di una materia, di una persona…), sopportarne la fatica e lo sforzo, significa essere già disposti ad amarla. L’amore poi viene prima del perdono. Non riesco a perdonare le offese, a sopportare le limitazioni al mio volere causate da altri, le carenze altrui se non ho una base disposta all’amore. L’amore viene prima della costrizione: non posso accettare di limitare la libertà altrui oppure non posso evitare che si trasformi in angheria, in tortura, in sadismo, se il divieto, l’obbligo che impongo non è ispirato dall’amore. Tutto questo per dire che è inutile pensare a grandi architetture politiche e istituzionali, legislative e sociali se l’individuo, la persona, io per primo non abbiamo costruito le basi, la solida roccia su cui tutto questo può attecchire. E la base è l’amore. Non si tratta di un imperativo hippy a un vago senso di ebetudine permissiva, sia chiaro. Si tratta di un impegno da giganti, da condottieri pronti a sfoderare la spada e guardare in faccia il diavolo, è un’etica da guerrieri seri e profondi, armati per affrontare la sfida più grande. Al di là della fonte della citazione, si tratta di una proposta assolutamente laica, come può esserlo qualsiasi cosa che fa appello all’essere uomo nella sua originarietà, che chiami l’uomo a essere profondamente consapevole di ciò che è, senza chiedergli di credere a favole, miti, o deduzioni logiche. L’amore però non si muoverà mai se prima io non l’ho diretto verso me stesso e non gli ho presentato l’oggetto su cui dirigersi. L’oggetto o, per meglio dire, il soggetto. Ma intero, senza nascondergli dei pezzi. Se non riesco ad amarmi veramente per quello che provo, per quello che sono, per quello che ho fatto e non ho fatto, ogni sogno democratico e liberale sarà ispirato al risentimento e alla proiezione del male nell’avversario. |
