L'avvento del World Wide Web, cioè l'insieme di informazioni che viaggia sulla rete Internet, ha cambiato profondamente le modalità di produzione e distribuzione dei saperi; di conseguenza, il modello formativo tradizionale che organizza l'esperienza scolastica (in soldoni) come travaso di conoscenza da docente a studente non funziona più.
Fine. Stop. Se col mio smartphone posso fotografare un testo in greco o una espressione algebrica o un quadro e ricevere, in pochi secondi, la traduzione, il risultato o vita–morte–miracoli dell'autore, del movimento artistico di cui ha fatto parte, del mondo in cui è vissuto, è molto difficile che poi io impieghi volentieri energie mentali e tempo per acquisire le stesse informazioni durante lunghe mattinate invernali su banchi scomodi o tramite impegnative sedute pomeridiane su testi voluminosi. Dunque che si fa? Bisogna cambiare. C'è un modo stupido e inutile di cambiare il sistema formativo, che peggiora, se possibile, quello esistente, è quello delle “tre I”: se la “vecchia conoscenza” non serve più a nulla, sostituiamola con la “nuova conoscenza” e tutto andrà a posto. Sbagliato, cazzo. E' come cambiare le lampadine se si è bruciato l'impianto elettrico. Butti via roba che funziona e non risolvi il problema. Il punto nodale è il rapporto tra essere umano e conoscenza, che non può prescindere dal contesto in cui l'essere umano vive. Se la conoscenza è estremamente disponibile, tutti gli sforzi del sistema formativo devono essere concentrati a lavorare intorno alla conoscenza, più che su di essa, a strutturarne l'accesso, a motivarlo. In breve, il sistema formativo deve lavorare sul senso del padroneggiare i saperi, assistendo chi sta imparando nell'immaginare, concepire quel futuro migliore che è l'unico vero fine della formazione. Sarebbe una rivoluzione, per questo nessuno lo fa. |
