Mina, la radio è rimasta accesa dall'ultimo dell'anno. In casa, posaceneri pieni e bottiglie vuote. Avanzi di cibo, tazzine sporche. Una giacca, in entrata, dimenticata da quello che alla festa non conosceva nessuno.
Mina, la radio continua a suonare il pezzo che piace a te, che a quindici anni, chiodo ed anfibi al Punkarrè, me l'hai fatta ascoltare per telefono, che io stavo a casa in punizione. “Farò l'avvocato, non il disperato, ma in un'altra vita”, cantavamo a squarciagola, da un capo all'altro del telefono, bambine timide di un nordest incomunicabile. E poi, nove anni dopo, quando siamo diventate dottoresse in giurisprudenza, abbiamo perso la voce. E ci siamo chieste, giovani praticanti in uno studio legale, in mezzo a codici e a pratiche, dove avremmo dovuto lasciare il tempo di scrivere, i biglietti di Tondelli, le città da guardare da un treno. Se Cesare avrebbe potuto fumare la pipa nel nostro ufficio, nell'ora di ripetizione per riparare l'esame del mestiere di vivere. Ci siamo chieste se avremmo mai dovuto dichiarare al nostro dominus che dell'essere femmine abbiamo imparato da un film della Breillat, nella scena in cui lui delimita con un rossetto la zona immonda che ci rende bestie e madri. O che siamo rimaste interrotte per colpa di un amore, che ha incendiato tutte le nostre vite felici possibili e tutte le balere e i letti dove finire a divertirsi solo un poco, e le bocche degli uomini qualunque in cui nuotare in baci in odor di cloro. Mina, la radio è rimasta accesa dall'ultimo giorno dell'anno. Ci diciamo sempre di aver sbagliato vita, tutta la vita. Ma stanotte, nel dormiveglia alcolico, disfatto, mi guardi con dolcezza e tasti le ossa del bacino come la strega di Hansel e Gretel. Ma senza fame, o voglia di me. Sembri uscita da un quadro di Schiele, mi dici. Quelli dove le donne non hanno vergogna di restare a gambe aperte, penso. Quelli dove le donne, anche quelle che sbagliano vita tutta la vita, non hanno paura di essere guardate per quello che sono davvero. |
