Il “Partito dei Veneti” - costola della riedizione numero 17 della Liga Veneta, da qualche tempo unitasi senza convinzione a Intesa Veneta - ha lanciato il proprio candidato per la presidenza della Regione.
Programma chiarissimo: "Veneto ai Veneti, paròni a casa nostra, la Lega sbraita e non combina, noi siamo più leghisti della Lega". Le solite stronzate. Perchè l'ennesima scissione dei veneti certifica impietosa che siamo arrivati al 2010 senza aver combinato un cazzo in trent'anni di incazzatura, gli storici la chiameranno l'era dell'in-cazzeggio. Per questo, una buona volta, finiamola. Prendiamone atto. Evocare il “Veneto” non serve a nulla. Perchè siamo troppo scarsi, dilettanti, boari: il nanismo politico è nelle nostre corde, non possiamo estirparlo. Siamo bravi a fare altre cose, a metter su impresa, inventarci lavori, coltivare i campi; la goliardia, il vino buono, le grandi mangiate, le battute sagaci, la capacità di cogliere il particolare tragico, il senso della fatalità, una rudezza asciutta e autentica, la fantasia bestemmiatrice: questo siamo, fatti di una pasta grezza e sincera, allo stesso tempo buona e cattiva, ma legata male, dove ogni dimensione – quella buona e quella cattiva – mantengono la loro forza, la loro polarità. Un popolo bipolare, schizzato, dove la sfumatura è così nascosta che non si vede. E quindi la politica, che è il luogo della sintesi possibile, degli intrecci, e non dell'antitesi schizzoide? Ecco, quella, meglio lasciarla perdere. La politica la fa chi ha la stoffa del padrone. Ed invece nell'anima i veneti che vogliono essere “paròni” in realtà sono servi. Servi. Pensano di essere “furbi”, ma la furbizia è la dote del servo, non del padrone. Sono quasi 30 anni che il Veneto grida per la rivoluzione e l'indipendenza. Sono 30 anni che la narrazione veneta evoca questioni settentrionali e scaglia dardi armati contro i terroni. Slanci titanici e depressioni acute, un giorno la secessione, il giorno dopo il federalismo mite. Per un attimo la rivoluzione dello Stato, ogni santo giorno la fregatura sistematica dello Stato (che in fondo se lo merita). L'essenza del Veneto politico è il Veneto da bar, quello che si lamenta sempre mandando tutti affanculo: “In Italia non funziona niente”. Questo è il massimo del ragionamento, poi basta, è già troppo: “Beviamoci un'ombra”. Sempre la solita tiritera, la solita rabbiosità, ed un'unica conclusione, che tutto unisce e tutto lega: “Viva a figa”. Qualcuno ogni tanto cerca la sintesi: “Ma come, il Veneto cattolico è incoerente, dovrebbe comportarsi in un certo modo, votare in una certa maniera”. Ma la realtà è che il Veneto è conservatore (furbo) più che cattolico, provinciale più che nobile, servo più che padrone. I veneti vogliono essere lasciati in pace, liberi di lavorare, di bere (siamo la regione più ubriacona d'Italia), di mangiare, di cornificare. Siamo una sintesi che non c'è, una politica che non c'è, incostanza e costanza, attimi di umanità alternati ad egoismo sociale. Il Veneto è intelligenza, tanta intelligenza, ma quando ce n'è troppa, ognuno pensa di essere più intelligente dell'altro. Fermi, bloccati, in scacco, senza una direzione. Confusi, stanchi di arrabbiarci, forse infelici. Questo Veneto è al capolinea. È morto di crepacuore, troppi alti e bassi. Su le maniche, ne facciamo un altro? Sì, ma prima, un'ombra.
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