Rosanna era in quel gruppo di alunni delle scuole elementari che erano stati trovati a fumare nel campetto dell'oratorio. Alle medie durante una delle prime lezioni di educazione sessuale organizzate dopo infinite consultazioni tra insegnanti, genitori, parroco, preside - e che alla fine erano diventate un misto di fredda trattazione scientifica e di descrizione allusiva (fiori, api, pistilli, spore…) - Rosanna aveva urlato alla professoressa“e dove sariseo sto pistillo profesoresa?”. Il tutto tra le risate dei compagni di classe già ben alfabetizzati a sufficienza dai canali della subcultura pre-adolescenziale della provincia profonda. Rosanna che a dottrina non ci andava. Rosanna che “i preti i ze proprio pieni de muffa, anca sol serveo”. Rosanna che non bestemmiava solo perché sarebbe stato troppo togliere anche questo all’esclusività dei maschi. Rosanna che alle prime feste di compleanno organizzate tra i compagni di classe sembrava vivesse davvero la gioia, la generosità di mettere a disposizione il proprio corpo. Non era morbosità repressa che esplodeva, neppure gotico libertinaggio di rappresaglia. Era il debordare di una adolescenza realmente viva. Erano ormoni canterini, era desiderio dell’altro, di altro. Già nell’adolescenza amava davvero i corpi dei maschi che incontrava. E sapeva, attraverso quegli incontri, far fare a molti maschi – “menacuchi tristi” - l’esperienza dell’apertura, del desiderio. Il mondo, mentre erano con lei, dava la sensazione di essere più spazioso, più ricco, più pieno di cose. Ma pochi coltivavano l’esperienza. Su di lei girava la nomea de una che fa de che i lavoreti. Ma niente più. Il bauchismo triste e analfabeta resisteva agli assalti della generosità carnale: i pori dell’anima, alla fine, rimanevano semi chiusi. L’energia vitale di quegli anni la proteggeva dal sentire con troppa sofferenza l’inevitabile volto arcigno della sua famiglia. Era qualcosa di più di un giudizio morale negativo. Per i suoi genitori avere una figlia così era come essere colpiti da un errore della natura. Per il padre, uno degli impresari edili del paese, era come il fastidio verso una figlia nata male. “Al manco se a me fose nata mongola, te a tegnevi sconta in casa”. Rosanna seppe molti anni dopo della battuta. Dopo che era morto. Spesso la faceva al bar da suo cognato Alfredo con i suoi amici aggiungendo anche: “la ze soeo bona verzare e gambe”. Forse peggiori erano i pensieri della madre, maestra delle elementari in paese. L’educatrice doveva disconoscere la figlia: distanziarsi da quello che poteva essere considerato solo un fallimento. Trovare ragioni altrove. Il consumismo, la televisione, la scuola superiore, la cultura edonista. Il parroco di allora aiutò molto la madre di Rosanna a salvare la sua immagine in paese. A volte anche dal pulpito, predicando sulla perdita dei valori del nostro mondo: agli esempi “astratti” che faceva tutti capivano a chi si riferiva. La zia madega peggio ancora: attraverso di lei anzi si diffondevano morbosamente i racconti in paese delle avventure di Rosanna. Ma lei, non ancora indurita, riuscendo a sentire la radice buona di sé, tirava dritto. Non si fece sfuggire il primo maschio capace – annusandolo – di farsi trasformare un po’ dall’odore buono della vita. Se lo fece, in pochissimo tempo, marito. Ma era giovane Rosanna. Nell’età in cui l’esercizio più difficile è cominciare ad abitare la confusione delle ferite – di dentro e di fuori – che fino a prima nessuno crede portiamo in noi. Dopo un anno erano già separati. C’era poi il fronte interno o, forse meglio, interno-esterno. Quando ebbe compreso quanto davvero i suoi genitori, per usare un suo modo di dire “molto semplicemente ghe manca el fià pa voerme un poco de ben”, non esitò a rispondere, colpo su colpo, con l’artiglieria pesante del suo carattere. I rapporti si ruppero. Definitivamente. Andò a vivere poco distante in un altro paese. Mise su un'azienda. Storie, al solito sudate di desiderio, con alcuni uomini: su questo fu davvero una partigiana fedele, sempre. Impegno nel lavoro. Si iscrisse anche all’università. Votava a destra per le tasse. Una trentenne che cercava di tenere insieme i pezzi. Poi come spesso accade, all’improvviso e forse per distrazione, si aprì un inaspettato spazio a casa della madre e della zia. Le dissero che poteva stare qualche settimana da loro mentre si risolveva quel problema che rallentava il trasloco nella sua nuova casa. Ci andò, quasi senza pensare. E si trovò ad assistere a intense discussioni tra la madre e la zia che sapevano tutto sui fatti del Grande Fratello alla TV. “Ze giusto che la se gabia ofesa e anca che a ghe gabia meso i corni, se a savese davero queo che el dise in confesionae”. I reality, pensò Rosanna, sono arrivati più in profondità di quello che fece la rivoluzione sessuale. E a lei che era una esperta del ramo la cosa un po’ seccava. Una sera di giovedì andò a prendere mamma e zia all’uscita della messa. E nel clima strano e nuovo le venne di fare la proposta audace: “dai che ve porto a magnare a pizza”; “no no no stasera no ghe ze el grande fratello, ze a finae, ndemo naltra volta” disse la zia subito sostenuta dalla madre. Non videro il Grande Fratello quella sera. Finito di mangiare, la madre ebbe un malore. Chiamarono l’ambulanza d’urgenza. Ischemia cerebrale. Dopo tre mesi la dimisero, allettata. Non sapeva più fare niente da sola. Se ne occupò Rosanna insieme ad una badante part time, africana: Geni. Ogni giorno Rosanna usciva prima dall’azienda: la crisi di quei mesi aveva ridotto molto il lavoro. Per più volte al giorno la lavava e la massaggiava tentando di limitare i progressivi irrigidimenti e le piaghe. Non l’aveva mai fatto prima Rosanna, ma si era come trovata totalmente a suo agio, competente nel prendersi cura di questo corpo quasi morto di sua madre. Morì dopo pochi mesi. Il prete giovane che andava spesso a casa e che parlava con Geni, nella predica, ignaro, parlò dell’ “anima grande di chi sa amare i corpi dei morenti”. A Rosanna vennero le vertigini. Alla fine del funerale Geni la abbracciò e in un orecchio le disse: “The same with alives” |
