Purtroppo nel nostro contesto locale, improntato al mito del Self made man, prevale una concezione di protagonismo anche a proposito del tempo: “io ho fatto!”, “mi sono fatto da me!”, e alla fine va a finire come la splendida canzone di Giorgio Gaber, L’odore: “mi sono fatto di M…!”. Di fronte a questo neomachismo economico e politico ostentato anche in tante amministrazioni locali che pensano di “averlo duro” perché finalmente col pugno chiuso sistemano territorio e persone, per i credenti il primo giorno dell’anno è affidato alla Madre. In Maria infatti non vedono (come purtroppo invece tante volte accade), l’icona da santino che sancisce religiosamente il posto “dea femena” accanto al focolare: fare da mangiare e figliare. Possibilmente stando zitta. Il governare, l’amministrare, o anche la conduzione delle chiese, invece, sono cose riservate agli uomini: bisogna averlo duro. Il mistero del tempo è incarnato da Maria perché lei apre il grembo all’Altro che diventa uno di noi, come del resto fa ogni madre. Gli fa spazio, dilata la sacca del suo ventre perché l’Infinito si faccia piccolezza, quando invece noi, piccoli arrapati di protagonismo e padreterni maniacali, montiamo su tutti i predellini possibili per farci grandezza. Pensando di riempire il tempo di noi, finiamo per praticare vere e proprie sodomie familiari, politiche, economiche. Nella penombra delle amministrazioni comunali, provinciali e via via più in su, è perversione conosciuta, anche se quasi mai ri-conosciuta: “prima che quello non faccia i miei interessi e mi freghi, glielo ficco io là..”. E così noi adulti, titolari di responsabilità nell’ambito personale o familiare e, per qualcuno, istituzionale, consumiamo il tempo a sventrare il prossimo. Il più delle volte da dietro. La Madre depone ogni interesse, e nel segreto della sua coscienza e nelle relazioni quotidiane tesse trame di pace, di non violenza, di condivisione. Per Lei l’altro non è estraneo da cui ci si deve immunizzare anzitutto, perché nella sua carne ha fatto esperienza di essere abitata dal Totalmente Altro, addirittura, in cero senso, diventandone figlia: “Vergine e madre, figlia del tuo Figlio...”, canta il poeta. Non è la realtà di ogni donna, che in qualche modo si sente rimessa al mondo lei stessa dal figlio che porta in grembo? Lo scomparso filosofo e politologo Norberto Bobbio in una delle sue ultime interviste ebbe a dire: “se il mondo fosse governato dalle madri, certo non ci sarebbero più guerre”. Provocazione che va presa come tale, perché poi, si sa, anche la maternità non è preservata dalle ombre: ciò che si è messo al mondo sovente diventa un prolungamento di sé. Il generato è anche fagocitato. Credo però che l’attitudine giusta la possa dare comunque Maria, a ogni uomo e donna che ama la pace e la giustizia: non è una novità infatti che il nome della pace è donna, in tutti i luoghi e in tutti i tempi. Mogli, sorelle, amiche e madri sono le grandi tessitrici di umanità: tessere, arte che le donne non hanno mai perduto. La tessitura è sempre una legatura, un tenere insieme. Dovrebbe essere anche l’arte del fare comunità, mercato, politica: tenere insieme. Il filosofo Jaques Derrida lamentava che il pensiero occidentale è fallogocentrico, cioè imperniato sul principio classificatore e pragmatico del fare protagonista e dominante. Io, io, io… A scanso di retorica stucchevole (per carità, ce n’è troppa!), la Maternità del primo dell’anno può essere l’auspicio per tutti a creare spazi di pensiero, di confronto civile autentico, di legalità giusta, di piani urbanistici ampi, condivisi; di bilanci larghi per chi è stretto, e forse più stretti per chi è largo; di lavoro onesto e onestamente retribuito; di sentenze giuste per chi ha subito; di verde contro il cemento redditizio. Creare spazi. Proprio come l’utero della Madre che ha creato spazio (e continuamente nelle madri crea spazio), e non ne conosce per sé. |
