Respirare, ora. E pensare che volevo proprio andarci, a vedere Sherlock Holmes. Un poco di paura ce l'avevo che i distributori italiani ne traducessero il titolo in “Ispettore Gadget” o simili. Che hanno questo vizio. Spacciare per commerciale roba che commerciale non è, sperando di renderla appetibile ad un pubblico maggiore. Paranoie del marketing. “Se mi lasci ti cancello”, filmetto buono di qualche anno fa inserito di peso nel filone modaiolo dei “Prima ti sposo, poi ti rovino” (altra vittima quasi eccellente, regia dei f.lli Coen), dei “Se mi scappi ti sposo”, ecc. Il titolo originale era “Eternal Sunshine Of The Spotless Mind”, venduto come “Se mi lasci ti cancello”. Un titolo siffatto attira in trappola qualche spettatore in più (ti vendo come commerciale un film d'autore), poi questo stesso spettatore, visto il film, scoprirà la “bufala”. Probabilmente il film non gli piacerà così tanto, pure se un poco gli piacesse, perché il titolo, e magari anche il trailer, l'avranno portato ad aspettarsi un certo tipo di film. Quindi resterà deluso e che cosa farà? Non ne parlerà bene o non ne parlerà affatto, negando a quel film un vitale passaparola. Allo stesso tempo (verificato!) un titolo modaiolo -quindi banale- allontanerà lo spettatore affezionato, l'amante discreto di film così come il cinefilo accanito. Troveranno entrambi una scusa per fare dell'altro. La Bulgaria è vicina: perché non ci accordiamo un poco più di intelligenza reciproca? Sui cinepanettoni e sui cinepandori. I primi funzionano, fanno ridere, non fanno pensare, mostrano tette e culi: che male c'è? Staccare per due ore la spina della crisi fa bene a tutti. Del resto accalappiano quel pubblico che va al cinema una volta l'anno, guarda caso a Natale. Mi piacerebbe essere Babbo Silvio per un minuto e fare un regalo agli italiani: distribuire in 500 copie un qualsiasi film nostrano di un regista esordiente dandogli un titolo modaiolo quindi banale. Secondo me diventerebbe senza problemi campione d'incassi. Ma come, e il passaparola? E i cinefili? Paranoie del marketing, parte II. I secondi, restando al cinema italiano, (si è già detto su queste colonne degli americani a corto di idee, quale quindicenne d'oggi ha letto qualcosa di Sir Arthur Conan Doyle? Ci giocano, sul nozionismo da wikipedia e sulla memoria corta dei teenager), i secondi, si diceva, non escono dall'anonimato se non in casi rari. Un poco per via dei titoli modaioli e quindi banali (Gomorra, esempio di titolo non allineato, è tratto dall'opera di Saviano). Un poco per la ripetitività di queste storie di personaggi introversi in interni soffocanti che vivono l'esistenza come un susseguirsi allucinante di confessioni da confessionale: “ti dico come sto, parlami di te, facciamo outing”. Un poco per la mancanza di contenuti scomodi, un sano cinema di inchiesta, rigoroso, è vitale. Un poco (quando si parla di cineasti si dovrebbe parlare di stile) per l'assenza di stile: risulterebbe impossibile, tralasciando i credits, riconoscere un regista italiano a partire da un suo film. Se non vi fidate facciamo un concorso. I cine-panettoni, di boutique o da ipermercato, vanno comunque bene a Natale, i cine-pandori tutto l'anno, con il loro colore omogeneo e il gusto piatto, senza guizzi, sinceramente hanno un poco stomacato. Caldeggiamo il cine-pane&salame, possibilmente dopo aver copà el mas-cio. Dai tosi, c'è tutto il cinema di una rivoluzione da fare! P.S. Dieci inverni (regia di Valerio Mieli, Elio Cecchin tra i produttori) è carino, ben confezionato, belle location. Ci racconta un poco di Venezia, Dieci inverni. Vedetelo se vi capita a tiro. |
