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Circa un anno fa il Governatore Galan si infuriò con alcuni giornalisti locali per certi “articoli mafiosi” - si osava azzardare l’ipotesi di un interesse delle organizzazioni mafiose per la nostra terra -, articoli che infangavano l’intoccabile buon nome del ricco e produttivo Nordest.
Nello stesso periodo in cui Galan difendeva il territorio veneto da infamanti accuse, la magistratura rendeva noto l’interessamento del clan palermitano dei Lo Piccolo (famosa famiglia appartenente a Cosa Nostra) per la riqualificazione del porto di Chioggia, e per l’appalto di una serie di interventi edilizi anche nelle zone di Jesolo ed Abano Terme. Come non bastasse, la Direzione Investigativa Antimafia, nella relazione delle attività 2008, scrive chiaramente che “per quanto riguarda la regione Veneto, si registra l’interesse verso il tentativo di infiltrare l’economia locale con capitali di provenienza illecita”. E questo non è l’unico segnale della “contaminazione” del territorio veneto da parte delle organizzazioni mafiose: il traffico internazionale di cocaina è totalmente in mano all’ ‘ndrangheta calabrese, che vende i suoi prodotti ai giovani “bene” delle città e dei locali del Nordest. Non va diversamente se si passa ai traffici gestiti dai Casalesi: non sono pochi i piccoli e medi imprenditori veneti truffati con falsi finanziamenti, falsi titoli di garanzia, sommersi da prestiti con tassi usurai, o che si accordano con qualche amico per uno smaltimento - magari non proprio a misura di legge, ma sicuramente più sbrigativo - di rifiuti tossici o pericolosi. Forse le fabbriche venete non pagano il pizzo come molti commercianti di Palermo, ma possono essere il luogo ideale in cui riciclare capitali accumulati attraverso attività illecite. Tale fenomeno può riguardare l’edilizia ma anche il settore della ristorazione, attraverso la costruzione o l’acquisto di bar, discoteche, alberghi. E poi c’è da prestare grande attenzione al caporalato, all’assunzione illegale di manodopera nei cantieri edili o nelle attività stagionali agricole. Insomma, anche se nel Nordest non si recuperano “pizzini” scritti in un pessimo italiano, è certo che bisogna tenere occhi ed orecchie ben aperti, soprattutto per abbattere la forte resistenza culturale nell’affrontare l’argomento. Il problema va guardato in faccia, senza essere frenati da una sorta di paura, come se ammettere che le mafie siano arrivate anche da noi significhi scendere con i piedi per terra, prendendo atto che il Nordest non è proprio solo l’isola vergine e felice che traina l’economia del nostro Paese. |