Siopenauer era il soprannome che Alfredo aveva avuto in dote da qualche anima bagolona quando era stato sentito, deluso e triste, dire: “ze tuto finio”, “i ne ga batuo”, “no ga pì senso niente” e sopra ci metteva la briscola vestita di una frase di questo personaggio, sto Siopenauer appunto, probabilmente un suo amico o un suo capo. Nessuno lo aveva ben capito. Dopo che sto tutto era finito, finalmente è arrivato il bar. Alfredo l’aveva rilevato dall’oste storico del paese: il Bar Impero era diventato Bar Sport e poi B&W. Quella menda era rimasta attaccata ad Alfredo, come un irriducibile dileggio di paese. Per molto tempo, ignaro, se l’era anche un po’ tirata. In fondo segretamente godeva di quel soprannome attribuitogli in modo così bislacco: Siopenauer, rivoluzione fallita e nichilismo. Gli anni successivi furono la recita del disincanto più profondo. Ombre di bianco e di rosso, tanto “ze tuto finio”. O forse “no zera mai scominsià niente”. Ci furono un paio di storie con donne a dare un’ulteriore spinta al quel suo nuovo pessimismo militante. E forse c’era un figlio, da qualche parte, in giro per il mondo. Ogni tanto uno dei più cancari degli avventori, il più furbetto e toipalcueo, gli diceva “ciò Siopenauer ma no go ancora capio cossa che ze finio” e Alfredo rispondeva “tasi ciuciamentine”. Col tempo qualche studente - di quelli che Siopenaur lo avevano trovato sui libri - cominciò ad essere avventore abituale. Sapientoni che godevano nel coionare la pretesa saggezza culturosa di Alfredo/Siopenauer. All’improvviso i cartelli. Insomma, non erano da lui. Apparvero inaspettati, inspiegabili e inspiegati. “È obbligatorio socializzare”, “Si fa credito”, “Di farsi i cazzi propri ci sarà tempo da vecchi”, “Cercasi volontari per …”. Alfredo ogni tanto ne metteva uno di nuovo. E per settimane partivano infinite discussioni, lì al banco del bar, su quelle frasi, su Alfredo che le scriveva, su “che casso ghe ze suceso”. Un giorno perfino scrisse “Pagare le tasse è giusto”, ma il cartello fu prontamente corretto da Alfredo stesso il pomeriggio seguente, turno di chiusura, di ritorno dal commercialista: aggiunse un laconico “con moderazione”. Il Black and White in quei mesi era diventato un luogo di incontro e di discussioni, un centro di ascolto, un consultorio sui generis, uno speaker corner di paese. Una volta alla settimana ci passava anche il prete; le bestemmie diminuivano, nei decibel almeno. I politici locali, impauriti da tutto quello strano movimento, cercavano di decifrare chi ci fosse dietro. Alla domenica non c’era solo il ritrovo prepartita del calcio. Ma anche un sacco di gente che trafficava avanti e indietro da case, ospedali, parchi, edifici pubblici. Un giorno da fuori paese venne uno a chiedere: “ze qua che se se iscrive aea ronda?”. Si alzò una risata corale, mista a una stricca di bestemmioni. Qualcuno gli offrì da bere. Poi lo mandarono a dare il bianco alla casa di Tonimato che ebbe il primo intervento di manutenzione dai tempi delle case Fanfani. Siopenauer, quello vero, appariva ancora. Spesso la notte, con gli ultimi avventori dopo l’orario di chiusura. Risorgeva dolente, dalla livida e spinosa asprezza dell’alcol. Un eccesso ancora invincibile per Alfredo, condiviso col suo dottore, un clinico maledetto, che una notte lì sul banco del bar gli prescrisse una serie completa di esami. “To ciapa” gli disse porgendogli le ricette unte di cabernet “va de matina presto, a digiuno”. Andò la mattina del giorno di chiusura. Nessuno lo vide. Nessuno lo seppe. Il giorno in cui ritirò gli esiti Alfredo scrisse un nuovo cartello: “Me se gà sbaeà i vaeori”. Quella sera al bar, mentre la spina del rosso macinava decilitri su decilitri, tra le insistenti bestemmie, la discussione fu ampia, vivace, approfondita. |
