Una pista ciclabile è (sarebbe) un percorso riservato alla circolazione dei velocipedi (biciclette), talvolta in promiscuità con i pedoni, quindi uno spazio riservato a persone che si muovono in bicicletta o a piedi; e si suppone che si muovano in bicicletta o a piedi non solo perché sono degli inguaribili fricchettoni alternativi figli dei fiori, ma perché sono impossibilitati a muoversi da soli in auto o con altri mezzi. I ciclisti e i pedoni “di massa” sono i bambini e gli anziani. Dato che le nostre piste ciclabili non sono adatte all’utilizzo in autonomia da parte di queste categorie (il parente dell’anziano e il genitore del bambino sono i primi ad accorgersene, e a non mandarceli sopra da soli), sono opere abbastanza inutili, o quantomeno non giustificano lo sforzo economico necessario a realizzarle. Innanzitutto, non sono nemmeno “piste”: a volte si tratta di pezzi di marciapiede allargato, che iniziano nel nulla e nel nulla finiscono, pochi chilometri dopo, senza collegare quei luoghi che sono centrali nella vita sociale di ciclisti e pedoni, bambini ed anziani (scuole, ospedali, centri ricreativi, ad esempio); a volte si tratta di percorsi ad ostacoli costellati di paletti e cartelli di segnalazione, di accessi pubblici e privati, con variazioni di livello, cordoli da brivido, tombini rialzati. Una gara di Trial. Amministratori e progettisti rispondono alla critica fondata con uno splendido “Meglio di niente” in prima battuta (“Grazie al c...”, rispondo io) e in seconda battuta con le giustificazioni di rito: ”Non ci sono alternative di percorso”, “Si procede per stralci, quindi è impossibile che l’opera appaia da subito completa”, ”Le norme di legge prescrivono che la pista dev’essere realizzata in un certo modo”. Il problema, ovviamente, ha il suo bel lato politico: se la pista ciclabile dev’essere visibile, inaugurabile, spendibile a livello di consenso, non ci sono alternative. Dev’essere realizzata sempre a ridosso della sede stradale esistente, e sempre sulle direttrici di traffico principali; con tutte le problematiche di segnaletica e impedimenti di cui sopra. Bypassato il lato politico, l’alternativa c’è. In Olanda (ci ho vissuto per un po’), fuori città non riesci a scorgere la pista ciclabile dalla strada, e viceversa. In città la circolazione delle auto è fortemente limitata, quindi ciclisti ed automobilisti condividono tranquillamente la sede stradale, ed i primi hanno ovviamente sempre la precedenza. Ai semafori, c’è sempre uno spazio per le biciclette davanti alle auto; il verde per i cicli scatta sempre qualche secondo prima, le auto si adeguano. Senza costi aggiuntivi rispetto alle nostre piste, mi pare, se non quello mentale di dare un perché a questi progetti. Piste così, in Italia, ne ho trovate tra il Trentino e l’Alto Adige, dove forse si ha un po’ più a cuore la qualità della vita ed anche il turismo su ruote. Concludendo: non mi sono dimenticato di chi va in bici per divertimento, e con questi mi incazzo un po’. Se comprendo perfettamente il silenzio (inconsapevole) su questi temi di bambini ed anziani, mi stupisce il non sentire alto il lamento dei veri amanti della bicicletta, quelli che - nel pieno della loro maturità fisica, psichica e sociale - girano sui rulli la sera quando tornano dal lavoro e non vedono l’ora che arrivi il weekend per salire in sella e partire verso il Grappa, verso Asolo, verso il Tomba. Sulle piste ciclabili nostrane questi non ci salgono mai; preferiscono la strada, è più sicura. |
