La Mostra non era ancora stata inaugurata e i lavori di tinteggiatura al Palazzo del Cinema erano in pieno svolgimento. La cadenza inconfondibile e il raspo dolce che identifica la “r” dei veneziani raccontavano di un lido in fermento. Le strutture turistiche riempite a nuovo, il popolo dei cinefili e professionisti del mestiere ad affollare ogni angolo, i commercianti pronti ad accudire gli astanti. Amanti di cinema di tutte le età e provenienze non si fanno sfuggire la possibilità di trascorrere qualche giorno nella magia del festival cinematografico più antico al mondo. Festival modesto dal punto di vista organizzativo e logistico ma immenso per tradizione, qualità di pellicole e atmosfera. Risiede qui il senso profondo della manifestazione, nel ribadire il ruolo primario di Venezia come città d’arte e cultura, con la sua storia e bellezza ineguagliabili, qualora il Mose o Mosé la salvassero dalle acque. Venezia che rimane, dopo un doge un altro doge, incurante di guerre e crisi e momenti di splendore. Venezia che rimane. L’unica città al mondo che potremmo immaginare identica anche nel futuro. Poi c’è l’Italia che vorrebbe essere unita ma è piccola, pensa al cortile, è l’Italia del sindaco che sarebbe stato un buon aiuto regista (l’ha detto quel genio comico di Paolo Villaggio), l’Italia di Veltroni e non solo, l’Italia di Berlinguoni per farla in breve, divisa nelle due avverse ma concilianti fazioni del PDF e PDC. L’Italia che - saldamente retta dal timone romano - burocratizza e crea strutture preposte alla gestione di ogni cosa, l’Italia che si autodistrugge nel manierismo di un welfare sociale e culturale che non conosce tregua né punto d’arrivo. E nel frattempo tampona, rattoppa, aggiusta. La condizione di Tardo Impero che caratterizza la nostra democrazia, come la fuliggine che appesta l’aria dopo un incendio, offusca anche gli slanci più illuminati. Ecce Roma. Ecco la Festa del Cinema di Veltroni, ma forse la dovremmo chiamare in maniera più appropriata la “Merenda dei cinematografari”. In un paese in cui il cinema fatica ad essere industria si pensa di sostenerlo affiancando due manifestazioni in palese concorrenza. Eravamo appena usciti frastornati dalla proiezione dell’ultima opera del regista giapponese ***k**oto, cineasta cult per gli appassionati, quando gli schiamazzi provenienti dall’Hotel Excelsior indirizzarono il nostro cazzeggio in quella direzione. Contavamo di incrociare l’immancabile Mollica, il critico che non critica, finimmo invece per rischiare un frontale con Enrico Ghezzi, beatamente assorto in groppa alla sua bicicletta, la brezza a gonfiargli la camicia bianca e sudata. Una folla di curiosi si era radunata sul terrazzino esterno dell’hotel; si stava ad attendere l’ arrivo di una star. Chi sorseggiava una birra, chi pontificava col vicino, chi pensava al prossimo film da vedere. Centinaia di fotocamere compatte pronte a scattare migliaia di foto. Ecco il motoscafo, l’assalto dei fotografi ufficiali, lo sbarramento dei gorilla attorno alla star. L’unica stella che vidi fu per un piede schiacciato da un ciccione americano che voleva sopravanzarmi. Stavamo battendo in ritirata quando qualcuno da dietro urlò secco: “Sei 'na grandissima mignotta!”. Io e il mio compare ci guardammo per un secondo e pensammo che il cancro romano aveva appestato anche Venezia. |
