Chissà se gli storici approverebbero questo piccolo dialogo, come cifra sintetica di quell’esperienza straordinaria (anzitutto nell’accezione di “fuori dell’ordinario”) e dirompente, ma anche ambivalente e problematica, che è stata il ’68. A poco più di quarant’anni dall’evento, forse i contributi più grandi che la contestazione intendeva perseguire, non sono stati gli scioperi, le okkupazioni (!) e nemmeno la tanto sbandierata (e, al contrario di quel che si credeva, per niente innocua) libertà sessuale. Molto di più. Si voleva fare a meno di ciò che viene prima, che ci precede nel momento stesso in cui veniamo al mondo. Sotto l’ombra del padre, i nostri “padri” (!) hanno messo la tradizione e il maschilismo che la segnava culturalmente, l’egida della Chiesa che avrebbe governato non solo le anime, ma anche le coscienze e la costituzione gerarchizzata della società. A tutto ciò hanno appiccato il fuoco. La parola d’ordine era “emanciparsi”, dalle istituzioni e dalle tradizioni appunto, creando un ordine nuovo, basato sulla “liberazione” incondizionata dell’impulso, dell’affetto, dell’istinto e dei sensi. Tutto ciò che sorge da dentro va accolto ed è buono, per il semplice fatto che è sorto spontaneamente. Ne è venuta una stagione di legittimazione di stili di vita mai visti prima, di cui la liberazione del sesso è la più evocata, ma certamente non l’unica. Personalmente credo che uno dei frutti più benedetti di quella stagione sia stata la presa di coscienza di sé (purtroppo sofferta e violenta più volte..) da parte della donna, di non essere il complemento del maschio o “materiale da riproduzione”. Piuttosto, invece, protagonista nel mondo in tutti i suoi ambiti. Tutto questo però ha portato un contraccolpo non senza conseguenze: infatti la tanto esasperata liberazione dal padre, simbolo di ciò che richiama la legge e la tradizione sentite come castranti, ha condotto, in ambito familiare, alla preminenza della figura della madre e del principio materno. Il principio materno rinvia al polo affettivo della vita, quello che fa capo al cuore (nel senso più nobile del termine) e alla tenerezza, al linguaggio affettivo. Oggi sono le madri che portano i figli a scuola, fanno i visitoni, accompagnano a basket, pagano i cinema, fanno i compiti, prendono le medicine, redigono giustificazioni e indirizzano le scelte. Tutto ciò è certamente molto bello e giusto. Ma i padri? Non ci sono. Perché? Perché li abbiamo uccisi. O meglio, è venuto a mancare il polo paterno, che la grande tradizione simbolica, assimila alla razionalità (nel senso più profondo e autentico) e alla misura, alla norma e se occorre, perché occorre, anche alla sanzione. Pertanto se nella storia da cui veniamo ha imperversato il polo paterno con la distorsione del legalismo e del patriarcalismo, la cultura post contestazione ha controbilanciato giustamente, ma sbilanciando tutto sul polo materno. Se abbiamo guadagnato uno stile più affettivo nelle famiglie (pensiamo soltanto che una volta tra padre e figlio ci si dava del “voi”..), forse si è perso il confronto faticoso, ma necessario, con la norma. In effetti c’è un grande recupero della dimensiona “intima” degli affetti, anche da parte dei padri: una modalità più tenera e confidenziale. E va bene. Però l’amore che educa, se bisogna, sanziona anche. Dice i sani no. Pone i limiti. Allora acquista senso anche la trasgressione della regola, passaggio necessario e delicato per la presa di coscienza di sé. Ma in un mondo dove tutto è trasgressione perché non c’è più norma, più niente è trasgressione. Sia chiaro: nessuno auspica il ritorno alla verga. Abbiamo conosciuto i disastri di un’epoca in cui l’umanità si è appiattita sul maschile; ora assistiamo ai problemi che sta dando una riduzione al femminile. Quando Dio crea l’uomo, la Genesi dice: “Dio creò l’uomo a sua immagine, a immagine di Dio lo creò, maschio e femmina li creò” (Gn 1, 27). L’umanità non è solo maschio. Non è solo femmina. Ma maschile e femminile insieme. Io credo che la fragilità esistenziale dei ragazzi, oggi, consista anche nell’assenza di quel polo paterno solido, che è necessario per crescere responsabilmente. Come l’edera ha bisogno della terra, ma anche di un trave forte su cui abbarbicarsi. |
