Fare con le mani, il lavoro del corpo, era per i padri del deserto una delle componenti fondamentali della vita ascetica. E recuperare il valore del fare con le mani significa riaprirsi la possibilità di una vita intensa e spirituale. San Benedetto inserì nella sua regola un capitolo sul lavoro quotidiano, giustificandone la necessità ai fini della vita spirituale ricordando che l’ozio è nemico dell’anima, e che essere ‘produttivi’ e autosufficienti è secondo Dio, “perchè i monaci sono veramente tali, quando vivono del lavoro delle proprie mani”. Tra i lavori, quello manuale ha effetti psicologici importanti: aiuta a dissolvere la forza dei pensieri negativi; la fatica fa sentire meglio, fa crescere nella sicurezza di sé grazie all’apprendimento di operazioni per la propria sopravvivenza; aumenta la forza e tiene il corpo radicato alla terra, alla materia, trova spazi per l’espressione del talento, aiuta a costruire il senso del vivere. Ne L’uomo che piantava gli alberi, Jean Giono racconta la storia di un pastore francese, che passò la vita a pascolare le pecore in assoluta solitudine e a piantare semi in un territorio praticamento desertico, fino a far fiorire un’enorme foresta e, grazie a questa, a riaccendere la vita di un’intera regione. Noi veneti abbiamo una storia di lavoro delle mani. Siamo un popolo che ha fatto molto con le proprie mani, che sa ancora fare molto e che da questo saper fare può ripartire senza paura di nulla. Una recente ricerca (Michael C. Burda, Daniel S. Hamermesh, Unemployment, Market World and Household Production) su ‘che cosa fanno le persone quando sono disoccupate’ mostra che il disoccupato di lungo periodo non si dedica alle attività casalinghe più di chi sia occupato. Perchè? L’inattività derivata dalla mancanza di lavoro retribuito deprime e inibisce la volontà di lavorare, come se l’unica fonte di compenso derivasse dal percepire una paga. Ma non è forse un bene perdere lavori che deturpano la vitalità dell’anima e costringono a ritmi di vita assolutamente lontani dalle nostre esigenze naturali? Lavorare è bello, fare, costruire, creare... ne abbiamo bisogno per una vita di qualità. Ma allora, anche per chi non si ritrova senza lavoro, perchè non riprendere a fare le cose con le proprie mani, riempire la propria vita con piccole attività, quelle che erano un tempo considerate solo appannaggio delle casalinghe (lavare, stirare, cucinare, pulire) oppure il giardinaggio o la manutenzione della casa, o qualsiasi altra cosa dia modo di esprimere il proprio istinto naturale di fare, il gusto pieno di vedere risultati concreti prodotti dalla nostra abilità? Il compenso di un lavoro non retribuito sta nella soddisfazione di vedere un risultato concreto, il riflesso della bellezza della nostra capacità creativa. È allora importante non cadere nell’inedia del tempo libero, continuando a lavorare, soprattutto con le mani, anche quando ci troviamo disoccupati: dalle mani nasce l’orizzonte. In un recente libro, un filosofo (Shop class as Soulcraft di Matthew Crawford), racconta il suo ‘ritorno’ al lavoro manuale in un officina meccanica, e celebra il lavoro delle mani come vero esercizio delle facoltà intellettuali, fonte di soddisfazione e del sentimento di utilità: non li aveva provati nell’attività di consulente politico praticata prima. E andando oltre: e se la crisi fosse determinata anche da una stanchezza diffusa di fare lavori ‘di concetto’, in cui si sta per ore galleggianti nel vuoto di attività immateriali, immersi nella sensazione che ciò che si fa in realtà non serva a nessuno? Se la civiltà dell’informazione, dei dati, delle comunicazioni, del lavoro ‘delle dita’ ci avesse stancato e avessimo voglia di tornare a faticare, a sporcarci le mani, ma soprattutto a fare cose la cui utilità sia tangibile? Se si osservano i bambini, quelli felici sono quelli che possono sporcarsi nella terra, giocare all’aria aperta, manipolare oggetti, facendo e disfacendo cose, insomma, ‘lavorando con le mani’. E se avessimo proprio bisogno di tornare a fare come i bambini? In Germania ho assistito a questa scena: in un centro estivo, bambini giocavano raccolti a gruppetti con martello e chiodi, costruivano case di uno, due tre piani inchiodando palet e altri pezzi di legno. Questo gioco era una scuola potentissima per l’apprendimento di abilità tecniche manuali, per un vero e sommo divertimento ‘costruttivo’, per la sperimentazione di una autonomia di progetto e di realizzazione. Probabilmente si trattava di futuri tecnici della Bmw. E quindi: siamo proprio sicuri che la crescita nel ‘modello veneto’, la nascita di migliaia di micro-imprese, sia dovuta più alla voglia di fare i schei che non alla passione del fare le cose con le mani? Torniamo a sporcarci le mani. Ci fa bene. Lavorare come i ‘lavori della conoscenza’ non consentono di fare, lasciando spazio alla saggezza pratica che è insita nelle nostre mani, ci rende solidi, più soddisfatti, più umani di quanto un lavoro knowledge-intensive o high-skilled, o semplicemente inutile, potrà mai fare. E quando si costruisce qualcosa con le mani si è più vicini a Dio. |
