Oggi, autunno 2009, a Nordest. Ce l’abbiamo la fame e la tensione per far camminare una nuova storia? Finita è la storia dei capannoni. Dentro i mausolei più brutti della storia dell’umanità c’è la narrazione di una ricchezza, di un’emancipazione, di un “miracolo”. Ma il “miracolo”, negli ultimi anni, ha avuto un’involuzione, ha lucrato su sé stesso, degenerando, noioso e monotematico. Cemento, cemento. Tra il 2002 ed il 2008 il dio cemento ha vomitato se stesso sul Veneto (2002-2007: 114 milioni di metri cubi di capannoni), lo ha inondato di grigio come nessun’altra regione italica. Milioni di metri cubi, senza regole e senza senso, al punto che la Regione stessa ha fatto ufficiale ammenda: “La crescita è stata in larga parte non governata”. La politica l’hanno fatta le lobby dei costruttori. E il Piano Casa è l’ultimo canto del cigno boccheggiante. E quindi? Ci sbrodoliamo nel vagheggiare il “si stava meglio quando si stava peggio”? Favoleggiamo l’ennesima età dell’oro, rifugio di chi rifiuta il proprio tempo? Mettiamocela via, la nostra non può essere neppure la storia del trattore. E non ci inganni la sirena seducente ed emergente del vivere lentamente, vivere naturalmente. Tutto molto romantico. Ma non ci siamo: s’è mai vista una nuova storia scritta sulle note di un ritmo lento? Vivere slow, mangiare slow, tutto lento e quieto? No, non facciamoci sedurre da quel misto di pigrizia e beatitudine dei sensi. Non facciamoci ammorbidire dallo zucchero, questo tempo chiede donne e uomini di sale, nelle vene serve sangue bollente e ironia tagliente, e la dolcezza deve essere il riposo di una grande rabbia, la rabbia di chi ha la fame per uccidere il vecchio per far nascere il nuovo. Capannoni, trattori, “trapèi”. Stanno lì, e che stiano, lasciamo che i morti seppelliscano i loro morti. A noi è chiesto di rispondere ad altre domande: con che cosa li spazziamo via? Quali sono i contorni della nuova storia – di cose, di costruzioni, di sentieri, di bellezze – con cui li sostituiremo? Non lo sappiamo. Ma il racconto di STILELIBERO mica finisce qui, non esiste il numero definitivo. Insistiamo a scrivere perchè crediamo che anche queste pagine sgretolino qualcosa, puliscano la tela, creando spazio per dipingere l’alternativa felice. E ci piace pensare che all’ombra del capannone, dietro l’ultimo trattore, una generazione sbadigli di risveglio e si stiracchi dal cazzeggio indolente e ubriaco. Perchè ha deciso di dipingere la propria storia. |
